L'infanzia e la giovinezza

 
 

BALBONI Ivo

La fame era un po’ di casa. Eravamo quattro figli, tre fratelli e una sorella. Mio fratello più vecchio lavorava

da Barone in una segheria. Aveva quattordici anni quando in fabbrica si è fatto male al ginocchio. Era lui a

dare il maggior aiuto in famiglia.

Io ho cominciato ancora prima perché finita la quarta elementare, durante le vacanze, sono andato da

un artigiano idraulico di Rivoli, Salomone, e saldavo le grondaie.     

Dai dieci ai quattordici anni ho lavorato sempre con quell’artigiano e avevo preso l’abitudine di non fare

il sabato fascista perché lì le ore non contavano. Non mi dava proprio una paga, mi dava una mancia di

cinque lire la settimana, quando si ricordava.

A quattordici anni sono andato alla F.A.S.T. a Rivoli, dove si facevano pezzi per gli aeroplani. Mi hanno

messo alla manutenzione perché ero un artigiano e mi davano come paga una lira e venticinque soldi all’ora.

Dopo alcuni mesi il caposquadra mi ha portato dal capoufficio. Avevo fatto un cubo rettangolare di

acciaio, l’avevo bucato, stretto e limato, e avevo fatto i puntarin ‘d zura a squadra perfetta. Così mi

hanno aumentato la paga di otto soldi. 

Ho lavorato in questa fabbrica per tre anni, fino al ’42, e sono stati gli anni più lunghi della mia vita,

perché lavoravo dodici ore al giorno, dalle sei e mezza di mattina alle sei e mezza di sera e poi prendevo

il trenino e andavo a scuola al Duca D’Aosta di Pozzo Strada.

 
 

 
 

BELLETTATI Augustina

La famiglia era numerosa perché eravamo dodici figli. 

La scuola è andata bene; avevo un’insegnante anziana e sola che ha chiesto a mia mamma se mi lasciava da lei

a mangiare e a dormire. Lei mi manteneva ed io andavo a scuola. E così ho potuto studiare

tranquillamente, perché pensava lei a tutto.

Finita la scuola sono andata un anno e mezzo a lavorare da Vinai perché in famiglia avevano bisogno che

io lavorassi.

All’età di quattordici anni sono andata a lavorare alla F.I.L.P., la fabbrica di Cascine Vica. Sono rimasta lì

due anni. In seguito sono andata a lavorare assieme a mia sorella nella fabbrica Riva a Pozzo Strada, ma poi

mi hanno lasciato a casa perché avevano poco lavoro.

 
 

 
 

CARBI Guido

Allora la vita era dura. Già a dodici anni facevo il panettiere, mi alzavo alle due del mattino per

guadagnare qualcosa.

 
 

 
 

FILIPPINI Corrado

A undici anni ho cominciato a lavorare a Collegno; facevo il manovale, l’bich si diceva, e portavo i mattoni,

altro che andare a scuola.

Il geometra, che mi aveva preso in simpatia, mi mandava a portare l’acqua ai muratori che stavano lavorando

a quattro o cinque palazzine per non farmi rompere la schiena. Ero magro come un chiodo perché allora

c’era tanta miseria. Mio padre lavorava a Pianezza alla fornace a fare i mattoni e prendeva una lira

l’ora. Quando non c’era lavoro rimaneva a casa.

Mia madre lavorava nel Cotonificio Val di Susa, vicino alla stazione di Collegno, e anche lei

lavorava saltuariamente perché quando non c’era possibilità di vendere stoffe lasciavano a casa gli

operai senza nessun preavviso.

Eravamo quattro figli e bisognava lavorare anche se si era ancora piccoli. Mio fratello maggiore

l’ hanno mandato a lavorare in campagna; prendeva ben poco e poi è andato a fare il manovale, portava i

mattoni perché aveva tre anni più di me.

Io e mio fratello prendevamo una lira l’ora, un po’ guadagnava anche mia madre e insomma si tirava

avanti. C’erano anche due sorelle.

Al tempo del fascismo non mi hanno mai dato botte, ma c’era tanta miseria per tutti. Chi aveva la

campagna aveva la possibilità di mangiare quello che coltivava.

Lavoravi e quando avevi i soldi mangiavi e se non ne avevi, facevi debito.

Un giorno, avevo dodici anni, sono andato a Collegno dal panettiere, Perinetto si chiamava. La signora mi

ha detto: “Dì a tua mamma che ci sono 17 lire da pagare; il debito è troppo grosso. Se paga bene, altrimenti

il pane non te lo do più” e sono andato a casa senza pane.

E’ andata avanti così fino a quindici anni, quando ho trovato lavoro alle fabbriche Paracchi che si

trovavano dietro l’Aeronautica dove facevano tappeti. Ho lavorato lì due anni e mi pagavano, mi pare,

80 centesimi l’ora; il pane costava circa 80 centesimi al chilo.

Tutti i giorni andavo a lavorare a piedi e dovevo fare quattro o cinque chilometri. Mia sorella è andata a

fare la serva in casa della maestra; insomma si tirava avanti. Poi sono andato a lavorare a Leumann e

nel febbraio del ’40 mi è arrivata la cartolina per andare  militare.

 
 

 
 

LEINA Marietta

Mio padre era venuto qua nel 1930. Era nativo di Lanzo e si è messo a fare il muratore con i suoi

fratelli. Prima aveva lavorato in miniera per tanti anni, però la vita del minatore era poco sicura.

Mio padre raccontava sempre che a diciotto anni non aveva più né la mamma né il papà; erano sette figli

e allora è andato a fare il minatore in Lussemburgo.

Diceva sempre: “Ricordatevi che il pane guadagnato nel proprio paese è duro, ma quello fuori è peggio,

perché sei sempre uno straniero. I lavori più brutti erano i nostri, andavamo a 1375 metri sotto terra e

lì c'era molto pericolo, perché bastava una scintilla, c'era il grisou”.

Quando scendeva in miniera non sapeva se sarebbe tornato su la sera; eppure bisognava guadagnarsi da

vivere e c’era solo quella possibilità. Quando è stato preso sotto la miniera si è salvato per puro caso, ha

avuto delle emorragie, delle costole rotte. In quell’occasione deve aver deciso di tornare in Italia.

Siamo stati una famiglia di lavoratori, abbiamo lavorato tutti in fabbrica.

Mio padre prima ha lavorato alla Frendo, poi è andato a Torino in una fabbrica di cavi elettrici; faceva

la notte. Mia mamma lavorava allora in una fabbrica di compensati, la Varoni, in Corso Francia, dove adesso

ci sono quei palazzi azzurri a Santa Maria. In seguito anche mio padre è andato a lavorare in questa

fabbrica; lavoravano fuori al freddo, facevano i turni per poterci stare dietro.

Poi mio padre è diventato caporeparto perché parlava tedesco, quando è arrivato un macchinario dall'estero

e nessuno riusciva a capire le persone che erano lì a montare la macchina. Poi si è licenziato per questioni sue,

è andato a lavorare a Torino in una fabbrica di cavi elettrici, ed è tornato dopo la guerra.

Però la nostra non era vita, perché allora gli inverni erano terribili, c'era sempre tanta neve, il vestire non

era adeguato, perché ti mettevi il paletot ma avevi le ginocchia scoperte, le calze fino alle ginocchia, perché

le calze lunghe costavano di più. C'era sempre il problema dei soldi; si lavorava tanto ma i soldi non

bastavano. In tempo di guerra chi aveva soldi riusciva a comprare del riso e della farina alla borsa nera.

La cosa che ci mancava di più era il pane, ed essendo tanti bambini così il pane era la cosa principale.

Allora mio padre lavorava alla Frendo e il direttore che lo teneva in considerazione gli portava le sue

tessere. Tutti avevano la tessera e ogni giorno si tagliava il tagliandino e con questo si andava a prendere

la propria razione di pane, non so se erano due etti a testa. Mio padre aveva un supplemento perché

faceva lavori pesanti. Noi avevamo la panetteria proprio davanti casa e la signora ci faceva portare tutti

i tagliandi e ci dava tutto il pane subito. La tessera annonaria doveva durare tre mesi, ma noi il primo

mese avevamo già mangiato tutto il pane.

Quando siamo andati a vivere nella nuova casa avevamo un giardino grande con ventiquattro piante da frutto

e questo ci ha aiutati perché mio padre lo coltivava, si faceva aiutare anche da noi, e così avevamo la frutta.

Quando arrivava la primavera a Grugliasco ogni domenica c'era il mercato con i contadini che portavano

i pulcini, le anitre, le oche e allora mamma li comprava. Io e mio fratello, quello con il quale c’erano due anni

di differenza, ci stavamo dietro e d'estate, quando tagliavano il grano nella campagna di via Andrea  Costa,

li portavamo lì nei campi. Per noi era un divertimento e intanto aiutavamo la famiglia, e così avevamo le uova,

i polli. E mentre eravamo lì raccoglievamo l'erba e la portavamo ai conigli. Ce la siamo sempre

cavata abbastanza bene. C'erano anche degli amici di mio padre che quando ammazzavano un vitellino

venivano nella nostra cantina e ci davano le frattaglie. Inoltre mia mamma con tre o quattro uova  e un po’

di farina faceva la pasta in casa.

L'affitto era caro e per quella casa ci andava metà dello stipendio di mio padre.

 
 

 
 

LEONE Pierina

Vengo da una famiglia molto povera; eravamo quattro fratelli, tre maschi ed io femmina, la mamma ed il papà.

Al tempo del Fascismo, prima della guerra, non è che si vivesse tanto bene: la fame c’era, pur lavorando.

Mia mamma lavorava al cotonificio e mio papà faceva il muratore. Io ho frequentato la scuola elementare

dalle suore, poi di studiare non se ne parlava proprio, non c’erano mezzi.

Prima della guerra non c’erano divertimenti, e neanche soldi. Che io ricordi, solo il dentista e il dottore

avevano la macchina. L’unica cosa al tempo del Fascismo erano le colonie, per chi aveva i bambini un

po’ malaticci, ma io non sono mai andata, anche se avrei avuto voglia.

C’era il calmiere e quindi i negozi non potevano alzare i prezzi. La sera non si poteva uscire perché c’era

il coprifuoco.

 
 

 
 

MACARIO Giovanni

Sono di una famiglia numerosa, operaia; c’era solo mio padre che lavorava e finite le scuole, nel periodo

delle vacanze, andavamo ad aiutare in campagna.

I problemi grossi c’erano soprattutto per il mangiare. Noi ci arrangiavamo, andavamo a spigolare il grano; poi

si trebbiava a mano con il bastone, si rovesciava quando c’era il vento per togliere la pula. Con la farina

si poteva fare la pasta o roba del genere. Mangiavamo soprattutto patate, polenta, frutta  e castagne

che andavamo a raccogliere nei boschi. Il mangiare era tutto lì.

 
 

 
 

MONDON Cesare

Devo dire che durante la mia gioventù, quando ero balilla –sono stato balilla, avanguardista e giovane

fascista- ci sono stati momenti anche belli, soprattutto perché quando si è giovani la vita è sempre bella.

Ho avuto dei grossi dolori perché mio padre è morto nella guerra d’Africa e quindi sono rimasto l’unico

sostegno della famiglia. Abbiamo passato dei momenti veramente terribili perché, come molti altri,

abbiamo fatto la fame e mia madre, mio fratello, mia sorella ed io eravamo in grandissime difficoltà.

Poi mia sorella ed io abbiamo cominciato a lavorare, ma nonostante ciò è stata una gioventù tribolata.

Ho cominciato a lavorare a quattordici anni in una ditta di Collegno che faceva componenti bellici

per i tedeschi.

 
 

 

PARACCA Gina

Durante il Fascismo si viveva male, sempre col timore addosso. C’era molta miseria.

Chi aveva la tessera in tasca aveva posti abbastanza buoni e aveva delle agevolazioni, mentre chi non l’aveva

faceva fatica a trovare lavoro. Mio padre che non aveva la tessera  non ha mai trovato un buon posto.

Durante la guerra c’era la tessera e si faceva fatica ad andare avanti. Si aveva solo due etti di pane; anche

lo zucchero e la pasta erano tesserati, e il caffè non esisteva più. Bisognava rivolgersi ai contadini per trovare

da mangiare, per il pane, le patate e la farina.

 

 

SIMIOLI Abe

Mio papà faceva il conducente di cavalli, il corriere, perché in fabbrica non lo prendevano in quanto

era antifascista. Abitavamo a Cascine Vica dove adesso c’è il ponte, la “balera “ e dove un tempo c’era la

fabbrica di cuoio e poi la fabbrica dei bottoni. Poi il cavaliere Cucciarone ha parlato con Tavolata che

aveva costruito delle case in Via Gatti e così mio padre ha avuto un alloggio.

Noi figli vedevamo nostro padre solo la domenica, perché era il suo giorno di riposo. Se ne andava via la

mattina presto, verso le quattro, le cinque e si ritirava alle dieci, le undici. Noi eravamo già a letto e avevamo

fatto i compiti.

Finite le elementari andavo a spigolare il grano nei dintorni di Rivoli, a Tetti Neirotti; lì, dove adesso ci sono

le palazzine nuove, erano tutti campi. Poi mio papà portava il grano a macinare e mia mamma ci faceva il

pane bianco. E così  mio padre comperava dei legumi e della frutta e andava nelle case a venderli, perché c’era

il tesseramento e lui aveva sette figli da mantenere.

Col tesseramento ovviamente non c’era niente. Il pane non si sapeva che cosa fosse, si mangiava pane nero.

Mio padre non mangiava la sua porzione per lasciarla a noi, mangiava la polenta. Era donatore di sangue, uno

dei primi dell’A.V.I.S. a Rivoli e così gli andava bene perché quando donava il sangue gli davano uno zabaione

e allora si tirava su.

Noi ragazzi mangiavamo molta polenta e patate bollite. Alle volte si andava da Tavolata che aveva un tegamone

con le patate che poi dava alle mucche e noi gliele prendevamo. 

Mio padre ha costruito una specie di casetta, grande quanto la metà di questa scuola, e ha preso delle oche e

delle galline per avere delle uova e con un uovo d’oca mangiavamo in due. Poi ha fatto anche delle gabbiette per

i conigli, sempre dietro la casa, per darci da mangiare e anche per i porcellini d’India, quando ha visto che

quelli rendevano di più perché come i topi crescono come non so che cosa. Così potevamo mangiare la carne.

La fame l’abbiamo patita relativamente, perché devo dire che mio padre si è sempre dato un da fare enorme per

i figli. Mancava il pane, mancava quella roba lì.

Molti ragazzi della mia età non avevano niente, facevano la fame e allora venivano a chiamarmi e andavamo

a prendere le mele, le pere, si andava alla maroda.

Noi la chiamavamo la maroda. Si andava a rubare le pere e le mele. Delle volte non le portavo a casa

altrimenti erano botte perché non volevano che andassi a rubare. Era roba di un altro no? Si andava anche

a prendere le patate dove erano già state raccolte perché se ne trovava sempre qualcuna, ma io avevo quel

brutto vizio di andare dove c’erano proprio per fare più in fretta.

 

 

SIMIOLI Bruno

In famiglia eravamo già sei fratelli e una sorella. Tutte le famiglie numerose erano sempre aiutate dal fascismo,

ma noi no, perché mio padre non era fascista e non aveva la tessera. Chi non aveva la tessera non poteva entrare

in alcuni posti di lavoro.

   
 

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