|
 |
Le donne nella
Resistenza |
|
| |
BAUDANO Lucia
Vedi intervista
|
|
| |

|
|
| |
BELLETTATI Augustina
Quando i miei fratelli erano partigiani a volte andavo su
in montagna a portare dei viveri.
Il geometra Rosa mi diceva dove dovevano trovarsi i miei
fratelli per prendere la roba quando passavano
i camion.
Lavoravo e facevo la
staffetta e il padrone mi lasciava andare, dicendomi di dire loro che
facessero il proprio dovere.
Andavo in bicicletta con mio
fratello, il più piccolo, anche lui un ragazzo, per non lasciarlo solo.
Andavamo avanti e indietro fino a Coazze e anche dove erano i
partigiani. Quando i tedeschi hanno fatto
un prelevamento a Rivoli hanno
preso anche mio fratello Giovanni che era un bambino e l’ hanno portato
a Orbassano. Ne hanno fucilati tanti
ma hanno rilasciato Giovanni e allora i miei fratelli hanno voluto che
lo portassi in montagna e l’ hanno
tenuto con loro finché non sono venuti a casa.
Una volta mi è successo di stare tre ore dentro un fosso.
Ero in bicicletta e quando ho visto una colonna
di tedeschi
mi sono buttata nel fosso e sono rimasta lì dentro fino al
coprifuoco. Quando non ho più
sentito rumore sono tornata a casa e sono arrivata alle
nove e mezza di sera.
Quando sono andata a prendere mio marito che era nella
Brigata 19° Eusebio Zerbini dalle parti di Viù
ho dovuto passare il posto di blocco dei fascisti. Pensi
che avevo quattro paia di calze e la rivoltella
negli scarponi e portavo tre camicie per poterle dare a
mio marito. Si è fatto dare un paio di pantaloni da
una famiglia là che ci voleva veramente bene; io ho
tirato fuori le camicie che avevo indosso, ci siamo cambiati
e siamo arrivati a Rivoli a casa nostra. Siamo venuti giù
a braccetto, come se niente fosse.
Quando siamo arrivati alla stazione Torino io ho detto:
“Se riusciamo a prendere il trenino per Rivoli
siamo salvi” e invece è stata la sua fine perché se fosse
rimasto là forse avrebbe potuto salvarsi.
|
|
| |

|
|
| |
CARBI Guido
Con noi c’era un distaccamento di donne. Ritengo
importante farlo conoscere perché per noi è stato molto utile.
Le donne ci cucivano i pantaloni quando erano strappati,
ci facevano le maglie, ci cucivano i giubbetti, insomma
è stato importantissimo avere loro lassù in quel momento.
Ci portavano le notizie da Torino, le armi;
arrivavano in bicicletta con una pistola nella borsa,
rischiavano la vita quasi tutti i giorni per darci una mano.
Ci sono state anche delle partigiane che hanno vissuto
con noi i momenti di battaglia. Dico sempre, e loro ne
sono contente, che abbiamo avuto il buon senso e l’onestà
di rispettarle senza mai aver causato loro
dei problemi.
|
|
| |

|
|
| |
LEINA
Marietta
Mia sorella ogni tanto andava a Val della Torre a fare le
consegne. Si faceva prestare la bicicletta
dal caporeparto per portare gli indumenti puliti e
prendere quelli sporchi.
Io non sono mai andata, ero piccola, avevo neanche dodici
anni quando è finita la guerra.
Invece questa sorella era del '27 e mio
fratello le diceva sempre di stare attenta, perché doveva
attraversare Alpignano e le strade erano deserte. Allora
prendevano anche le sorelle, i fratelli e i
genitori perché i ragazzi si presentassero e mio fratello
diceva sempre di stare attenti perché non avrebbe
mai avuto il coraggio di andare a presentarsi.
|
|
| |

|
|
| |
LEONE
Pierina
Io e il fratello più giovane dei Piol abbiamo cominciato
a fare un po’ la staffetta. Mi ricordo la prima arma
che abbiamo portato
in una valigia. Da Rivoli siamo andati a Sangano a piedi, abbiamo preso
il trenino fino
a Giaveno, e poi da lì siamo andati a Forno di Coazze.
Avevamo un fucile mitragliatore che qualcuno
aveva portato a casa dei Piol, dove c’erano ancora mamma Piol, l’ultimo figlio che aveva la mia
età e che poi
è morto e il papà. Gli altri fratelli erano tutti via. Io
e Vairo Piol andavamo a portare il mangiare
preparato dalla signora Talmina, la cognata di Elio.
Un’altra volta io e la signora Talmina siamo andate in
bicicletta a Condove dove c’erano due miei fratelli, il
più giovane e il
più vecchio, con una squadra di partigiani. Dovevamo portare in ospedale
un partigiano ferito.
La signora Talmina se l’è caricato in bicicletta e
abbiamo fatto tutta la strada di campagna, Milanere,
Caselette e siamo riusciti a portarlo all’ospedale di
Rivoli dove l’ hanno curato, perché aveva un braccio
quasi spappolato.
Quando i fascisti hanno ammazzato il marito della signora
Piol non è stato più possibile rimanere a Rivoli
e allora lei ed io siamo andate in montagna e lì si
preparava da mangiare, si lavava la biancheria e
poi mandavano me a portare qualche biglietto.
Nell’estate del ’44 c’è stato un bombardamento sopra S.
Antonino, Vaie, dove ci trovavamo. I partigiani
erano più in alto, noi
invece avevamo la base lì perché c’era l’acqua. Le granate ci passavano
proprio sulla testa
e io, mamma Piol e altre due o tre persone che erano
in vacanza nelle baite ci eravamo messe sotto un muretto
e sentivamo le
granate che battevano contro il muro. Finito il bombardamento abbiamo
sentito qualcuno
che chiedeva aiuto. Era un partigiano di Rivoli,
Giovanni Carassio, che era venuto da noi perché in quel
momento ognuno
era scappato per conto proprio ed aveva una gamba spappolata.
Abbiamo
fermato l’emorragia però bisognava andare a chiamare un medico. Così io
sono scesa con una
signora per cercarlo. Eravamo arrivate alla borgata Folattone quando abbiamo visto i repubblichini coi mitra. In questa
borgata c’era un forno in cui i partigiani si facevano fare il pane e
c’era come un piccolo albergo,
una piola. Io allora ho detto alla signora di andare a
cercare il medico e sono tornata indietro per avvisare
i partigiani che erano nel forno. I repubblichini mi
hanno chiesto dove andassi; ho detto che avevo
accompagnato per un pezzo di strada la signora che era
venuta a trovare i parenti.
Comunque loro mi hanno fatto stare in mezzo e abbiamo
cominciato a salire verso la piola; c’era lì un signore
che mi conosceva, allora gli ho fatto un cenno, è
scappato e i repubblichini hanno cominciato a sparare.
I ragazzi che erano nel forno hanno sentito gli spari e
così sono scappati e si sono salvati. Sono ritornata
dove c’era questo
ferito alla gamba e poi con Vairo sono andata ad avvisare gli altri che
erano al Colle Biun.
Non c’era più nessuno; avevano visto con i binocoli
i repubblichini ed erano scappati. Allora io e Vairo
siamo scesi al
Colle Braida ma lì abbiamo ritrovato i repubblichini. Vairo si è messo a
correre, loro
hanno mitragliato ma non l’ hanno preso perché è riuscito
a buttarsi in un rovo. Mi hanno presa, ho cercato
di giustificarmi
dicendo che avevo sbagliato strada, ma ormai non sapevo più cosa dire.
Avevano già preso
due ragazzi giovani e li avevano messi contro il muro
e hanno messo lì anche me.
Ci hanno chiesto se eravamo disposti a
parlare. I due ragazzi piangevano, non sapevano niente; io, non so
come
mai, sono stata lì immobile. Hanno preso la mitragliatrice e hanno fatto
finta di sparare.
Poi hanno lasciati liberi i due ragazzi, mi hanno
messo in mezzo alla fila e siamo andati da Colle Braida fino
a Giaveno a
piedi; in questo modo hanno avuto salva la pelle, perché i partigiani
nascosti avrebbero
anche potuto fare una rappresaglia. Siamo arrivati a Giaveno
alle dieci di sera e in piazza mi hanno
lasciata libera. Sono andata in ospedale, perché lì c’era
la sorella di Elio ricoverata e le suore mi
conoscevano perché io andavo a trovarla. Le suore mi
hanno messo a dormire in un letto con le lenzuola;
erano mesi che non vedevo delle lenzuola!
Poi al mattino sono tornata indietro a piedi e nel paese
prima del Colle Braida quando mi hanno visto
passare sono tutti usciti a chiedere cosa mi avevano
fatto, perché gli abitanti erano tutti con i partigiani
e venivamo lì a far provviste.
Dopo il bombardamento siamo dovuti passare nella Val
Sangone in un’altra brigata, dove c’erano anche Elio e
suo papà.
Mamma Piol mi ha insegnato a far tante cose per quei
ragazzi, e a perdonare.
Quando i partigiani prendevano qualcuno prigioniero per
il cambio passavano da noi. Un giorno, per paura
che suo figlio fucilasse i prigionieri, si è buttata in
ginocchio e lo ha pregato di non ammazzarli.
Così non passavano più da noi quando avevano qualcuno,
perché lei era terrorizzata.
Quando hanno portato via Giovanni, mamma Piol è venuta
giù anche lei a vederlo, anche lei è venuta a trovarlo. Poi da lì siamo
andati nell’altra Brigata in Val Sangone.
Dopo che mio fratello è stato fucilato io sono rimasta a
casa.
Non le ho raccontato di quando eravamo in Val Sangone,
prima che mio fratello si presentasse per non
farci prendere freddo.
Siamo rimasti lì due mesi; c’era mamma Piol e dormivamo tutti in una
baita con
della paglia; mio papà faceva il cuoco.
Le donne facevano le staffette come me, ma azioni
militari nel nostro gruppo non le ricordo.
Con noi c’erano anche le mogli di due partigiani, però forse hanno fatto
qualcosa da altre parti perché poi noi
ci siamo radunati in Val Sangone
e da lì io e la signora Piol andavamo a trovare il figlio che era
nascosto
nella cantina dell’ospedale.
|
|
| |

|
|
| |
PARACCA Gina
Mio padre, mia madre, mia sorella ed io siamo fuggiti in
montagna quando hanno ammazzato il padre di Piol.
Quando una sera tornavamo a casa, la Viotti, che abitava
in via 1° Maggio, ci ha detto di non andare a
casa perché i fascisti
erano venuti a cercare mio padre Gino. Allora mia madre è andata a casa
a prendere
mia sorella più piccola e un po’ di biancheria e siamo andati
a dormire ai Tetti da alcuni conoscenti.
Dai Tetti siamo andati a Sangano, abbiamo preso il trenino per Giaveno e Coazze
e siamo andati in una baita
che ci aveva dato una signora.
Durante la guerra partigiana, dopo l’8 settembre, noi
abbiamo vissuto sempre in questa baita.
Quando avevano bisogno mi chiamavano. C’erano anche
partigiani che avevano il vizio di fumare e allora andavo
a prendere le sigarette da quello che aveva l’albergo.
Andavo dove mi mandava la panettiera quando c’era
bisogno.
|
|
| |
|
|
| |
stampa le testimonianze
 |
| |
|
| |
|
|