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L'8 settembre
'43 |
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BALBONI Ivo
Già l’8 settembre, quando sono stati uccisi i primi
partigiani a Val della Torre, ero andato con loro
perché c’erano dei miei amici più anziani, già soldati.
Mi hanno rimandato a casa dicendo che finché non
mi chiamavano potevo starmene tranquillo; inoltre
mantenersi in montagna non era facile, perché
bisogna mangiare, avere soldi.
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BUROCCHI
Lorenzo
L’8 settembre ero
ancora all’ospedale di Chieri e quelli del paese si sono messi a suonare
le campane e a
fare festa. I miei sono venuti da Rivoli a trovarmi e io
non ero contento per niente perché comunque il re
aveva tradito tutti noi soldati e aveva ancora detto:”Il
soldato italiano conserva le sue armi e reagirà
contro qualsiasi attacco”. Io avevo una pistola e due
bombe a mano, ma cosa facevo con quelle armi?
Non ero contento perché prima di tutto non sapevo cosa
combinare, e poi pensavo a tutti quelli che erano
in Iugoslavia, in Grecia, a come avrebbero potuto fare
coi tedeschi, coi partigiani iugoslavi. Capivo che
la guerra non era finita.
Si è saputo subito
che a Chieri era arrivata una divisione delle S.S., non so se era la
Goering, ma ricordo che
è rimasta due o tre giorni e poi è stata mandata
subito in Russia, altrimenti ci avrebbero beccati tutti,
anche gli ammalati.
Fra l’altro lì a
Chieri c’era il magazzino della IV Armata dei carabinieri e come a
Rivoli la popolazione si
è riversata nella caserma per prendere quello che poteva.
I carabinieri non hanno lasciato entrare
nessuno, finché non sono arrivati i tedeschi che hanno
preso tutto, i viveri, i mitra, le giacche imbottite
per quelli che andavano su nel freddo.
Ho visto insomma che era diventata una grande baraonda; i
vecchi fascisti parlavano bene del fascismo,
anche perché il 25 luglio una parte di loro aveva preso
un sacco di botte e quindi l’8 settembre sono
passati subito dall’altra parte e volevano restituire
quello che avevano preso prima.
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CARBI Guido
Io non sono andato a
fare il partigiano subito dopo l’8 settembre perché ero
giovane; l’8 settembre
avevo diciassette anni e mezzo ed ero a casa. Si
festeggiava la fine della guerra e c’erano i primi militari
che
scappavano. Quelli scappati dalla polveriera di Caselette avevano
lasciato lì tutto quello che
avevano, lenzuola, coperte, cibo e allora
la gente ha portato via tutto. Io, invece di prendere le coperte,
le
lenzuola o qualcosa da mangiare, ho preso ventuno moschetti. Non so
perché l’ ho fatto, però ho
avuto l’intuizione che potessero servirmi.
Infatti ho dato un moschetto e un caricatore ai primi partigiani
di
Rivoli che sono andati a Val della Torre con Mario Sabet. Le prime bande
erano già là l’8, 9 e 10 settembre
e il 7 ottobre del ‘43 c’erano già
stati otto morti a Val della Torre, partigiani uccisi dai tedeschi: i
due
fratelli Barone di Pianezza e alcuni ragazzi di Alpignano.
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CAVAGLION Miranda
Nel settembre del ’43 siamo stati deportati a Borgo San
Dalmazzo, dove i tedeschi avevano fatto un campo
di passaggio, e da qui poi hanno deportato tutti gli
ebrei, anche stranieri, ai campi di raccolta in Germania.
Ho conosciuto tantissimi ragazzi allora e mi è dispiaciuto dopo la
guerra vedere i loro nomi in una bacheca
alla stazione di Borgo San Dalmazzo; quelli non sono più tornati a casa
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FERRERO Elio
Subito dopo l’8
settembre del ’43 mio fratello, che era della classe 1924, ha ricevuto
la cartolina di
precetto per presentarsi militare. Mio padre gli ha
consigliato di nascondersi da uno zio che avevamo ad
Almese per non
andare nella Repubblica Sociale. Dopo alcuni giorni sono venuti a
cercarlo, ma mio padre
ha detto di non sapere dove fosse suo figlio.
Purtroppo in quel periodo c’erano tanti delatori che
davano informazioni
ai fascisti. Un sabato mio padre mi ha dato un pacco con dei vestiti e
qualcosa da
mangiare perché lo portassi a mio fratello ad Almese.
Aveva legato un ombrello in un sacco della bicicletta
col manico fuori e dentro aveva messo un moschetto. Mio
fratello non voleva prendere quel moschetto,
perché era un tipo che non poteva vedere le armi.
Può darsi che qualcuno ci avesse visto perché mentre
tornavo, alle cinque del pomeriggio, mia sorella mi è
venuta incontro per dirmi di non venire a casa perché
questa era circondata dalle Brigate Nere.
Allora sono scappato. Mi hanno aspettato tutta la notte,
volevano sapere dove fosse nascosto mio fratello.
Da quel momento non sono più tornato a casa e mi sono
arruolato con le formazioni che erano qui in Bassa Valle
e che avevano il servizio di vettovagliamento per le
formazioni. Sono andato avanti un mese a fare
questo lavoro.
Intanto, sempre
grazie a delle spie che lavoravano per i reparti delle Brigate Nere,
avevano già
preso i connotati di coloro che erano nelle formazioni;
anche i carabinieri avevano fatto un verbale,
che abbiamo trovato alla
Liberazione, in cui si diceva: “Il Ferrero è stato visto spesso e
sovente con
elementi che appartenevano alle bande armate”.
Così a casa mia non c’è stata più tranquillità; venivano
di notte e buttavano delle bombe a mano dentro la
stanza dove dormivano mio padre e mia madre.
Io ero troppo conosciuto, avevo un difetto un po’
grave, avevo i capelli rossi e tutti, quando mi vedevano,
mi riconoscevano.
In quel periodo
arrivavano tanti giovani che non volevano presentarsi nella Repubblica e
il nostro compito
era quello di disarmare. Venivamo a Rivoli dove
c’erano le S.S. e con due pistole riuscivamo a prendere dei
mitra e
delle pistole che mandavamo su al comando. Il nostro comandante era
Eugenio Fassino, perché in
quel periodo eravamo nelle Brigate Garibaldi.
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FILIPPINI Corrado
L’ 8 settembre ero a
Sarzana. Ricordo che quel giorno il telegrafista non riceveva più
ordini. Allora verso
le cinque del pomeriggio ci ha detto che eravamo stati
abbandonati e quindi abbiamo mollato le armi e
siamo tornati a casa.
Con me c’era uno di
Pianezza e uno di Collegno; abbiamo trovato un camion che ci ha portati
fino a Torino e
con altri mezzi siamo arrivati a casa.
A casa mi hanno detto di non restare perché alle
casermette di Rivoli avevano già preso tanti soldati ai
quali i tedeschi chiedevano di andare a combattere con
loro. Se si rifiutavano li mandavano a lavorare
in Germania o in un campo di concentramento.
Allora nella notte
ho raggiunto altri militari a Val della Torre ed lì ho trovato il primo
gruppo, saranno
stati venti o venticinque uomini. C’erano Sampò, Livio
Francia, Mazzola, Neirotti, tutta gente di Rivoli;
c’erano anche una decina di meridionali che non sapevano
dove andare.
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LEINA Marietta
L’8 settembre mio
fratello Gino era militare a Bardonecchia.
Finita la guerra e
caduto il Fascismo, Gino come tutti gli altri ragazzi che non avevano
più nessun comando se
l’è fatta a piedi da Bardonecchia. E mi ricordo come
adesso quella sera. Vicino alla cooperativa Lime c'era
un piazzale grande e alla sera noi bambini avevamo
l’abitudine di giocare a nascondino. Allora non
c'era l'illuminazione che c'è adesso, era tutto buio, e
abbiamo visto questo ragazzo che veniva a casa,
saranno state le dieci. Era vestito da militare e allora
se ti prendevano… Lui è arrivato a casa con tutto,
aveva le giberne, il moschetto.
Prima di andare militare mio fratello lavorava alla
cooperativa Lime, ma nel frattempo nella fabbrica
avevano preso a lavorare le donne, tra le quali anche una
mia sorella. Lui ha chiesto se lo riprendevano.
Allora ti facevano un permesso speciale perché lavoravi
per il governo, ma il capo fabbrica gli ha detto
di trovarsi un altro lavoro.
A quel punto questi ragazzi erano un po' spaesati, il
lavoro era quello che era e bisognava andare a
presentarsi, e i ragazzi che si consegnavano venivano
mandati in Germania o nella Repubblica di Salò.
Allora mio fratello
si è unito ad altri ragazzi. Erano in dieci circa, e hanno preso la via
della montagna con
delle persone più adulte che potevano essere i loro
padri. Così sono partiti e quando sono arrivati
a Sant’Ambrogio hanno
visto un camion della Repubblica. Si sono spaventati e sono scappati
dentro una casa
e uno di loro è stato preso e portato alle casermette in
Via Asti a Torino. Allora quando era sul camion
ha scritto su un
biglietto che tutti erano stati presi e l’ ha firmato. È stato l’altro
fratello che lavorava a
Santa Maria a portare a casa il foglietto. Così abbiamo
pensato che l’avessero preso. Il mattino dopo mia
madre con altre mamme è andata in via Asti a vedere se
c'erano i nominativi dei loro figli ed è risultato che
solo quel ragazzo era stato preso.
Poi per lui è
cominciata la vita… della montagna.
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LEONE Pierina
Prima dell’8 settembre uno dei miei fratelli, per poter
mangiare, aveva fatto la domanda ed era andato
in Africa. Quando è venuto a casa in permesso, l’ hanno
preso e l’ hanno portato in Via Asti per fargli dire
dove erano gli altri due fratelli. Tutte le settimane,
per due mesi, prendevo il trenino e andavo a Torino
a portargli la biancheria, ma non l’ ho mai visto.
L’ultima volta che sono andata volevano sapere da me
dove fossero gli altri due fratelli e mi hanno messo in
una cantina per farmi paura. Sono stata lì
ventiquattro ore. Allora avevo quindici, sedici anni. Poi
mi hanno fatto vedere mio fratello. Aveva una
barba lunga che quasi non lo riconoscevo; ci siamo
abbracciati e poi l’ hanno lasciato andare.
Lui sapeva ma non ha
parlato, però a quel punto è dovuto andare via con Elio Ferrero e i Piol
al Colle Braida.
Gli altri due fratelli erano a Rubiana, al Colle del
Lys.
Così io e il
fratello più giovane dei Piol abbiamo cominciato a fare un po’ la
staffetta.
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MACARIO Giovanni
L’8 settembre
è cominciata la guerriglia. L’abbiamo saputo per radio. Noi non
avevamo la radio però
andavamo sempre ad ascoltare Radio Londra dal
vicino di casa. L’8 settembre c’erano le batterie al fondo
di corso Allamano e i militari erano più soltanto
italiani. Sono scappati e sono venuti sfollati ai Tetti
cercando dei vestiti, e anche noi ne abbiamo accolti due.
Intanto avevano abbandonato le caserme e tutte
le armi lungo le strade.
Noi ragazzini andavamo in giro e abbiamo trovato dei
fucili. Non so perché ne ho presi due e li ho portati
a casa. E sono stato anche rimproverato da quei due
militari che mi hanno detto che era pericoloso tenere
le armi in casa. Comunque li ho oliati e sotterrati. Quei
due fucili si sono poi rivelati utili perché sono
partiti insieme a mio fratello e ad altri quattro.
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NICOLETTA Giulio
L’8
settembre, quando è crollato il regime fascista, ero sottotenente del
Regio Esercito Italiano e la mia
sede era a Beinasco. Ero stato mandato
dal mio reggimento di Vercelli in un reparto che aiutava la
popolazione
nello spostamento di materiali. A Beinasco l’8 settembre mi ha raggiunto
mio fratello che era
in Croazia e insieme abbiamo deciso di andare in
montagna in Val Sangone dove avevamo saputo che c’era
il maggiore degli Alpini Milano. Sono andato lì perché mi
avevano detto che c’era un numero consistente
di uomini che combattevano contro i fascisti e i
tedeschi.
I tedeschi stavano occupando il paese e noi non avevamo
nessuna intenzione di andare a vivere con i tedeschi
e non sopportavamo la loro presenza. Così io e mio
fratello abbiamo deciso di iniziare la guerra ai tedeschi.
Quando
il maggiore Milano è scomparso siamo rimasti soli e allora abbiamo
deciso di organizzare la
formazione, e sono confluiti partigiani in
numero così consistente che c’erano sei o sette brigate.
C’erano il
professor Usseglio, medico, che comandava la Campana; Sergio De Vitis,
che è stato un
grande combattente, a cui è stata intitolata la
Divisione; Nino Criscuolo, che era un comandante,
ufficiale
dell’Esercito degli Alpini; Carlo Artegiano, mio fratello Franco,
Fassino di Avigliana, Falzone,
Guido Guazza, Campana, Cordero di Pamparato. Quindi c’era una struttura consistente.
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PARACCA Gina
Quando è venuto l’8
settembre mio fratello Geppe del ’24 era a Fenestrelle; l’altro mio
fratello Tonio era
a Novara, tutti e due militari. L’8 settembre invece di
arruolarsi hanno deciso di scappare in montagna.
Non volevano andare con i fascisti e pensavano che le
cose si sarebbero sistemate entro qualche mese.
Tonio da Novara è andato a Rivoli e mio
fratello Geppe è scappato con Augusto Piol. Gusto e Geppe hanno
fatto
tutta la montagna da Fenestrelle, sono scesi giù nella Val Sangone, poi
sono risaliti di nuovo e
sono arrivati ai Cervelli di Coazze,
un paesino di poche case. Erano proprio sfiniti. Mio fratello aveva i
piedi che sanguinavano e allora si è
tolto gli scarponi da militare. Una signora lì ha fatto scaldare una
bacinella d’ acqua per fargli
mettere i piedi a bagno, poi ha dato loro da mangiare e da bere e li ha
fatti dormire nel fieno. Sono
rimasti lì un paio di giorni e poi sono venuti a Rivoli.
Dove abitavamo noi c’era uno che informava i
fascisti e allora questi ragazzi hanno avuto paura e sono
scappati ai
Cervelli e si sono fermati lì finché il gruppo non si è ingrossato. Non
c’erano solo i miei
fratelli, c’era Gusto Piol e poi si sono ritrovati
tutti su in montagna.
Io ero
qui a Rivoli, ho continuato a lavorare e anche mio padre ha continuato
ad andare a lavorare.
Poi quando hanno ammazzato il padre di Piol
mio padre, mia madre, mia sorella ed io siamo fuggiti in
montagna, perché i fascisti erano venuti a cercare mio padre. Durante la
lotta partigiana siamo sempre
vissuti in una baita.
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SIMIOLI Abe
L’ 8
settembre mio fratello maggiore Bruno che era in marina e che aveva già
la croce di bronzo al
valor militare è scappato, è venuto a Rivoli. La
prima cosa che ha fatto è stata di andare in montagna e
di unirsi ad
Augusto Piol nelle brigate della zona del Colle del Lys
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SIMIOLI Bruno
Durante la guerra sono stato richiamato in marina, perché
per un certo periodo avevo lavorato in una
fabbrica in cui si facevano mobili per la marina.
Sono andato a La Spezia e dopo due mesi, era il ’42, mi
hanno imbarcato su una motonave insieme ai tedeschi.
Si andava in Africa a portare il materiale e noi militari
eravamo addetti all’armamento.
L’8 settembre si diceva che la guerra fosse finita e nel
porto c’erano le navi americane che invitavano
tutti i militari a imbarcarsi con loro.
Tutti quelli che erano meridionali si sono imbarcati con
gli americani sulla nostra nave, la Roma, che poi è
stata affondata.
Io ho deciso di tornare a casa, mi sono tolto la divisa e
ho preso il treno fuori dalla stazione perché lì
c’erano i tedeschi. Il macchinista rallentava e noi
saltavamo sul treno.
Sono così arrivato a casa, ma per poter mangiare
bisognava avere la tessera e se non l’avevi non ti davano
il pane.
Per avere la tessera bisognava consegnarsi in comune e se
l’avessi fatto avrebbero saputo che ero lì e che,
pur essendo militare, ero tornato a casa.
Allora io, i
Carassio e i De Paoli abbiamo pensato di andare ai Cervelli dove c’era
una signora che ci dava
da mangiare quello che poteva. Qualche volta
scendevamo dalla montagna per prendere qualcosa da
mangiare, perché in
montagna la fame era terribile. Pensavamo che la guerra sarebbe finita e
invece continuava.
Poi il
17 settembre sono arrivati Nicoletta e altri con dei carri armati che
bucavi con una fionda.
C’erano il tenente Rosa, il tenente De Carlo.
Erano badogliani e volevano che i militari stessero da una parte
e loro
dall’altra. Ma noi pensavamo di essere tutti uguali, tutti militari e
allora ce ne siamo andati dalla
Val Sangone in Val Susa, nella 41°
Brigata Garibaldi “Carlo Carli” fondata dal fratello di Bruno Carli.
Il
comandante era Fassino, perché Carlo Carli era stato fucilato ad
Avigliana.
Siamo
sempre stati lì, eravamo con Piol, c’era tutta la nostra squadra.
Ogni tanto si veniva
giù dalla montagna. Io non lavoravo, però un’impiegata mi aveva dato un
documento
bilingue firmato dai tedeschi con il quale potevo circolare
perché risultava che lavoravo in fabbrica.
Ricordo quando sono andato a prendere questo documento.
Sono arrivato in piazza dove c’erano i fascisti
con una lista. Mi avevano già avvisato, ma io ero
tranquillo perché in regola. Quando hanno letto il mio nome
mi hanno preso e portato in caserma in via Asti.
Lì c’era
Bonaglia, il pugile, che picchiava e torturava. Fortunatamente mi ha
riconosciuto perché io andavo
a vederlo quando veniva a Rivoli a fare la boxe. Allora
si è fatto dare il bilingue dicendo che io ero a posto
e che potevano lasciarmi andare.
Sono andato di nuovo
in montagna, però venivo giù per reclutare altri compagni e così abbiamo
costituito
il gruppo di Rivoli; eravamo una trentina circa e tra questi
c’era anche Piol. Portavamo le armi nella
casa elioterapica, dove adesso
c’è la scuola Gobetti, perché il figlio della portinaia era nostro
amico.
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